• Gabriele Lugaro

L'educazione incidentale: Paul Goodman

Nel momento in cui un bambino si trova in una situazione ed interagisce con altri soggetti (bambini o adulti) e con l'ambiente circostante, egli fa esperienza della situazione e del contesto nel quale si trova. Egli si trova in un

rapporto incidentale con la situazione, di conseguenza l'apprendimento che trarrà dall'esperienza vissuta sarà incidentale e, se la situazione creatasi sarà stata di stimolo per lui, avrà prodotto un tipo di apprendimento (e di processo educativo) incidentale.


Le origini e i protagonisti

Il concetto di incidentalità viene introdotto per la prima volta da Paul Goodman nel testo “Summerhill in discussione”, a cura di Egle Becchi nella versione italiana. Goodman, sociologo, educatore, psicoterapeuta, fu un sostenitore della pedagogia attiva di Dewey (pur accettandone la fallimentare applicazione nei sistemi scolastici americani[1]), che a parer suo, cercava di rispondere ad un problema fondamentale: “come conservare e sviluppare la libertà e la creatività degli individui in contesti sociali massificati?”[2]. In questo testo, che raccoglie vari contributi, Goodman riflette sulle dinamiche di apprendimento che si sviluppano nella scuola di Summerhill, nel Suffolk inglese, fondata nel 1921 da Alexander Neill.


La visione di Paul Goodman

Per comprendere e contestualizzare il pensiero e le parole di Goodman è necessario sottolineare la la profonda sfiducia che egli nutre nell' ”elefantico” sistema scolastico americano, centralizzato, burocratizzato, enormemente dispendioso e paragonabile ad un complesso militar-industriale"[3]. Goodman propone di liberare progressivamente l'educazione dagli edifici scolastici e trasformare città e territorio in luoghi di apprendimento in cui, in piccoli gruppi e sotto la guida di educatori, bambini e ragazzi si sarebbero potuti muovere imparando in contesti reali. In quest'ottica risulta di fondamentale importanza l'ambiente, urbano o rurale, e ciò che esso rappresenta per la costruzione di situazioni che favoriscano l'apprendimento autonomo.


La prima autentica esperienza di apprendimento incidentale e le critiche al presente

In affinità con Carl Rogers, Goodman sostiene che “L'archetipo di un'educazione incidentale riuscita è il bambino che impara a parlare, impresa intellettuale formidabile che si attua universalmente”[4], attraverso la condizione secondo la quale “l'attività procede a implicare il parlare”. Egli sostiene che “ai bambini non bisogna insegnare, bensì permettere di scoprire[5], legando tuttavia il suo ragionamento ad una radicale critica verso l'istituzione scolastica. Secondo Goodman, formalizzare e burocratizzare l'apprendimento ha condotto ad una distorsione esistenziale del ragazzo che, calato nel contesto scuola, ha trasformato la sua capacità di imparare nel “cogliere la struttura comportamentisti

ca degli insegnanti, divenendo esperto del processo scolastico”. I giovani scoprono ciò che permette loro di superare gli esami di ammissione all'università[7]. La scuola ha ora formalizzato e “rinchiuso” l'apprendimento: “Il servizio della comunità significa fare i compiti a casa. L'apprendistato consiste nel superare esami, per un lavoro lontano futuro.... I riti di passaggio alla vita adulta consistono nel conseguimento di un diploma. Il crimine è rompere le finestre di una

scuola. La ribellione è fare un sit-in nell'ufficio del rettore. In assenza di una cultura adulta, i giovani sviluppano una sub-cultura”.[8]

L'educazione incidentale (avendo parte nelle attività correnti della società) dovrebbe quindi essere per Goodman il principale mezzo di apprendimento, per evitare anche l'attuale alienazione generazionale dei giovani dalla generazione più anziana.


Gabriele Lugaro


[1]Egle Becchi (a cura di), “Summerhill in discussione”, Franco Angeli, Milano, 1975

[2]F. Trasatti, Lessico minimo di pedagogia libertaria, Elèuthera, Milano

[3]Idem

[4]Egle Becchi (a cura di), “Summerhill in discussione”, Franco Angeli, Milano, 1975

[5]Egle Becchi (a cura di), “Summerhill in discussione”, Franco Angeli, Milano, 1975

[6]Idem

[7]Idem.

[8]Idem.

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